Analisi (sommaria e cinica) di un fenomeno tanto chiaro quanto inafferrabile.
Lavoro nel campo della psicologia giuridica e mi occupo di adozione e affido da ormai 18 anni, sia come operatore psicosociale, giudice onorario, consulente delle famiglie, che come psicologo clinico sui minori.
Questo sguardo multi-prospettico mi ha permesso di osservare gli avvenimenti da diverse angolazioni e cogliere a 360° l’estrema complessità del fenomeno.
Quello che ad una visione superficiale può apparire come un atto d’amore, ovvero prendersi cura di un bambino in stato di bisogno, ad un’osservazione più profonda svela un insieme (confuso) di sentimenti, desideri, proiezioni e aspettative di tutti gli attori coinvolti nella vicenda. Purtroppo però pochi eventi generano frustrazione e creano ferite quanto un’aspettativa delusa, specie se questa aspettativa era immensa e portava con sé l’idea che l’arrivo di un bambino avrebbe portato infinita felicità.
Infatti, quando il bambino “reale” contrasta fortemente con il bambino “immaginato”, la coppia si trova a decidere se cercare un nuovo e faticoso equilibrio o eliminare l’intruso [perdonate la brutalità] e tornare allo stato precedente. Spesso la scelta ricade sulla seconda possibilità e l’adozione o l’affido falliscono.
Per scongiurare il più possibile i fallimenti viene richiesto a degli esperti, di solito una equipe formata da uno psicologo e un’assistente sociale, di compiere una indagine sulla famiglia che si propone.
Questa indagine dovrebbe avere una capacità predittiva circa le competenze e le potenzialità dei richiedenti l’adozione o l’affido, favorendo coloro che risultano “idonei” e fermando coloro che non mostrano i requisiti.
È veramente così? Si, ma anche no. Cercherò di spiegare il perché di questa indeterminatezza.
Per comprendere meglio il fenomeno in esame occorre partire dalla definizione di adozione e affido, ovvero la non definizione, in quanto all’interno della legge 184/83 si disciplinano gli istituti di adozione e affido, ma senza spiegare cosa siano.
Adozione e affido di fatto “avvengono” quando soddisfano le condizioni previste nella legge.
La scelta di non dare una definizione a questi istituti può trovare almeno due spiegazioni: la prima è che il concetto di adozione o di affido è per sua natura sfuggente e difficile da recintare all’interno di una definizione, se non per la parte giuridica, certamente per la parte psicologica e sociale. Non è possibile trasformare il concetto di adozione in un costrutto teorico.
Un costrutto teorico deve essere definito in modo tale che siano date le regole di verificazione delle proposizioni teoriche in cui esso compare. Ad esempio il costrutto “ebollizione” è definito come: il fenomeno fisico di vaporizzazione che coinvolge l’intera massa di un liquido attraverso la somministrazione di calore. La quantità di calore è quindi misurabile con un termometro.
Durante il confronto con le coppie tante volte è emersa la domanda su quale fosse la differenza tra un bambino in adozione e uno biologico; solitamente quando emerge questo quesito con una famiglia che aspira all’adozione la risposta è: “nessuna differenza”, corredata poi da svariate spiegazioni, ovvero che l’amore è senza confini, che i figli sono tutti uguali, che il genitore è chi cresce un bambino, ecc. È proprio così? Si, quando le cose vanno bene. Altrimenti no.
Quando le cose non vanno bene il bambino torna ad essere visto come colui che proviene dall’esterno ed è portatore di storie, pensieri e prospettive diverse e/o inconciliabili da quelle de nucleo ospitante[1]. In questi casi avviene la restituzione. La restituzione è un avvenimento che non caratterizza i figli biologici, ma è peculiare di affido e adozione!
La seconda spiegazione è che il concetto di adozione è “dinamico”, cioè si modifica nell’uso e risente dei cambiamenti culturali e sociali. Una famiglia italiana del 1953 aveva un’idea molto diversa su cosa rappresentasse un’adozione rispetto ad una famiglia del 1983 (anno della legge 184), e una famiglia del 2023 ha una visione paradigmaticamente diversa su cosa sia una adozione e non solo: rispetto alla famiglia del 1953 ha anche una idea di famiglia e del mondo radicalmente diversa.
Ritornando al precedente esempio l’Ebollizione invece è rimasta sempre lo stesso costrutto da quando è stato teorizzato, solo che per la misurazione si usa il termometro digitale anziché a mercurio. La misurazione dell’adozione invece ha completamente modificato gli strumenti conoscitivi e valutativi: se prima ad una coppia bastava rendersi disponibile per essere idonea, oggi concetti come empatia, capacità relazionali, genitorialità, elaborazione dell’infertilità, bambino immaginato, sono fondamentali per una indagine. È meglio oggi? Decisamente sì.
Comunque, una volta stabilito che viene richiesto di indagare un fenomeno per sua natura non propriamente definibile (che è già di per sé un paradosso), occorre comunque darsi dei criteri di valutazione, perché appaiono comunque più accurati del caso!
Quindi, l’indagine a cui sono chiamati a rispondere gli esperti potrebbe essere: Gli aspiranti genitori saranno in grado di prendersi cura di un ipotetico bambino in un possibile futuro?
Che, declinato per una coppia senza figli potrebbe essere:
Accertare se due individui che oggi non sanno come saranno da genitori, potranno essere in grado di gestire un bambino “altro” che non conoscono, in un futuro prossimo (ad esempio nell’adolescenza), a prescindere da tutte le variabili che la vita potrà presentare nel tempo.
Che tradotto da punto di vista matematico diventa:
Id = [p_1 x p_2 x p_3 x p_4 x …]
Nella quale: Id = probabilità di idoneità ad essere genitori adottivi o affidatari (0<Id<1) e ciascuna delle “p_i” (i=1,2,3,4,…) è una probabilità, assunta indipendente dalle altre, di “idoneità peculiare” che contribuisce alla “idoneità di essere genitori affidatari”.
p_1 = probabilità di essere genitori adeguati;
p_2 = probabilità di essere in grado di gestire un bambino “altro” che non si conosce;
p_3 = probabilità di essere in grado di gestire un bambino “altro” nella sua adolescenza;
e così via…
Ciascuna “p_i” è compresa tra 0 e 1. Escludendo gli estremi 0 e 1, perché si assume che nessuna persona è sicuramente idonea o non idonea al 100%, risulta che Id = prodotto di una serie di numeri positivi minori di 1. Quindi, ad ogni prodotto “x”, Id diminuisce, ed è quindi in generale un numero piuttosto piccolo tra 0 e 1. Il fatto che sia piccolo implica che è difficile essere “molto idonei”.
È possibile? No, ma anche sì.
Ovviamente non si può fornire una risposta puntuale ad una domanda tanto complessa. Vi sono troppe variabili e una prospettiva temporale estremamente estesa. Del resto nessuno si pone l’obiettivo di stabilire l’idoneità di una coppia al matrimonio onde scongiurare una possibile separazione; solo a pensarlo questo quesito appare assurdo, e poi i non idonei non si sposano? [la lobby degli avvocati non lo permetterebbe mai!!!][2]
Tuttavia, come è evidente, le variabili in gioco sarebbero decisamente minori rispetto a quelle di un’adozione o un affido.
Quindi, a fronte di questa costante indeterminatezza cosa bisognerebbe valutare?
La capacità di affrontare l’indeterminatezza.
Al di là delle caratteristiche già citate (empatia, genitorialità ecc.) il prerequisito fondamentale di una indagine dovrebbe essere: “quanto questa coppia è capace di gestire i cambiamenti, la mancanza di controllo sugli eventi, l’imprevedibilità che un evento come un’adozione o un affido comporta?” E, di conseguenza: “quanto sono in grado di gestire la frustrazione, il disagio, la sensazione di sconfitta che un evento come un’adozione o un affido può comportare?”.
Paradossalmente una coppia che ha vissuto un periodo di crisi e che ha saputo superare, anche ricorrendo ad aiuti esterni, fornisce una indicazione importante sulla capacità di gestire imprevedibilità e frustrazione rispetto ad una coppia con un percorso “lineare”, così come l’individuo che ha subito e superato un grave lutto.
Tornando al titolo di questa breve analisi sulla valutazione delle coppie affidatarie si può pertanto affermare che non è possibile “misurare” una coppia in senso stretto all’adozione o all’affido, tuttavia è possibile capire quanto i futuri genitori siano in grado di affrontare l’indeterminatezza, comprenderne le risorse genitoriali e fornire loro una serie di competenze teoriche relative agli aspetti peculiari dell’adozione. Si tratta quindi di una valutazione ad ampio spettro.
Concludendo, considerata tutta questa imprevedibilità e complessità della valutazione delle coppie, come fanno le adozioni e gli affidi ad andare bene? Perché nella stragrande maggioranza dei casi i bambini sono capaci di sentire i bisogni dei loro genitori adottivi/affidatari, di modellarsi ai loro bisogni e di sprigionare affetto (l’ossigeno di ogni relazione). E gli adolescenti? Gli adolescenti no, ma questa è un’altra storia.
Bibliografia essenziale
– Il legame adottivo. Esperienze e intrecci relazionali tra desiderio, realtà e cambiamento. Claudia Ricco (a cura di). Franco Angeli, 2018.
– La relazione psicosociale in adozione. Criteri e strumenti per la valutazione. Alice Dondi, Annarita Argento. Franco Angeli, 2018.
– L’affidamento familiare. Dalla valutazione all’intervento. Rosalinda Cassibba, Lucia Elia. Carocci, 2007.
– Affido sine die e tutela dei minori. Cause, effetti e gestione. Marco Chistolini. Franco Angeli, 2015.
– L’altra faccia dell’affido: Storie di bambini restituiti. Marzia Serena Terragni. Editori indipendenti, 2019
[1] Sono proprio queste le caratteristiche che rendono una adozione o un affido un’esperienza unica e generatrice di nuove realtà.
[2] È ironia, per favore niente denunce!



